C’è qualcosa di anacronistico, quasi di sospetto, nel premiare un hotel per la qualità della sua accoglienza in un mondo che giura ormai solo sulle classifiche numeriche, sui punteggi delle recensioni online e sui palmarès rinnovati ogni anno. È tuttavia ciò che l’Accademia dei World’s 50 Best Hotels ha appena fatto, assegnando al Badrutt’s Palace, a Saint-Moritz, il suo nuovissimo SeiBellissimi Art of Hospitality Award. Un premio speciale, annunciato poco più di un mese prima della cerimonia parigina del 15 settembre, che non misura né il design delle camere né la tavola dello chef stellato, ma una materia più sfuggente: il modo in cui un luogo accoglie.
Il protocollo, da solo, dice molto dell’intenzione. Più di ottocento professionisti dell’ospitalità e del viaggio, membri votanti dell’Accademia, sono stati invitati a indicare la struttura che aveva loro offerto, nelle loro stesse parole, «l’esperienza di ospitalità più notevole». Non su una stagione, né su un anno di promozione accuratamente orchestrata per coincidere con il periodo di voto, come accade spesso in questi esercizi di classifica in cui si sa esattamente quando sollecitare i propri habitué. Su tre anni. Un tempo lungo, deliberatamente scelto, che sfugge alla logica del picco di forma puntuale e cerca piuttosto la costanza: quel momento, ripetuto, in cui un cliente riparte con la sensazione di aver contato per qualcuno.
È forse qui che si annida l’angolo che il comunicato stampa, sobrio e convenzionale, non formula esplicitamente. Il Badrutt’s Palace non ha bisogno di questo premio per esistere nell’immaginario del viaggio di lusso. Aperto nel 1896 dalla famiglia Badrutt sulle alture del lago di Saint-Moritz, il palace è una delle culle del turismo invernale alpino, quello che ha inventato, o quasi, l’idea che si potesse salire in montagna d’inverno per piacere e non per convalescenza. La sua torre riconoscibile fra tutte, la sua Grand Hall, il suo King’s Club diventato un’istituzione notturna dell’Alta Engadina: tutto, in questo luogo, appartiene già al patrimonio alberghiero europeo. Un simile premio non consacra dunque una scoperta. Viene piuttosto a ricordare, nel momento in cui l’hôtellerie di lusso si standardizza a colpi di ristrutturazioni identiche e di spa firmate dagli stessi nomi da una capitale all’altra, che una casa più che centenaria può ancora sorprendere una giuria di pari disincantati sul solo terreno della relazione umana.
Resta una domanda, più scomoda, che questo premio pone quasi suo malgrado: si può ancora parlare di ospitalità come di un’arte quando la si fa votare da un collegio di professionisti, per poi annunciarla in un calendario di comunicazione millimetrico, un mese prima di una cerimonia parigina seguita da tutta l’industria? L’Accademia dei World’s 50 Best Hotels, nata essa stessa da una cultura della classifica, sembra qui tentare un’uscita dal proprio sistema: introdurre, al cuore di un dispositivo di punteggi e posizioni, una categoria che rifiuta proprio di esserlo. Il Badrutt’s Palace, vincendola, diventa suo malgrado il simbolo di questo paradosso. Il 15 settembre, a Parigi, sapremo se altre case seguiranno questa strada, o se l’esercizio resterà, per questa edizione, una parentesi.













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