Per la primavera-estate 2027, Kobi Halperin, che firma il prêt-à-porter femminile di Ungaro, presenta i suoi abiti in un film la cui ambientazione è interamente digitale. In una dichiarazione filmata, insiste: il giardino è sognato, la collezione è vera.
Nella presentazione della primavera-estate 2027, tutto ciò che si tocca sta da una parte, tutto ciò che si sogna dall’altra. Ogni abito e ogni accessorio sono stati ideati e realizzati, poi fotografati su una modella davanti a un fondo bianco. Kobi Halperin precisa, in una dichiarazione filmata, che questo scatto ha avuto luogo a New York, dove vive. Il giardino, il suolo e le modelle del film sono invece creazioni digitali, costruite a partire dalle fotografie dei capi reali.
Il soggetto spiega il procedimento. Il Giardino immaginario non rappresenta alcun luogo: la Maison lo descrive come il modo in cui i ricordi dell’India sono rimasti in lui, con la vegetazione, i fiori, i colori e la ricchezza dell’architettura. Un giardino simile non si gira in ambienti naturali. Collocarlo in un mondo virtuale gli dà la condizione che rivendica, quella di un ricordo.
Il punto di partenza è Varanasi. Kobi Halperin vi ha assistito a riti legati al passaggio dalla vita alla morte, a lungo guardato con reverenza e timore. Dice di essere stato colpito dal posto dei fiori nei rituali religiosi: che galleggiano sul Gange, intrecciati in offerte, accompagnano la preghiera. In quel contesto solenne, portavano una bellezza che, ai suoi occhi, manca al mondo attuale e di cui ha più che mai bisogno. Da qui una collezione che conserva le due facce del fiore, bello nella sua schiusa e commovente quando appassisce.
In un giardino di pixel, nulla appassisce. La fragilità torna dunque ai capi, e la collezione la porta a mano: ricami, perline, perle coltivate, fiori tridimensionali. Copricapi, orecchini, collane e girocolli sono opera di Deepa Gurnani, con un obiettivo semplice: che i fiori passino dagli abiti al corpo, attorno al collo, poi tra i capelli. Il film prolunga questo percorso di un passo, dal corpo al giardino.
La dichiarazione dà a questa linea di demarcazione la sua ragione. Kobi Halperin vi esprime la sua preoccupazione per un lavoro artigianale che vede perdersi con la nuova generazione, e presenta la collezione come una risposta: tessuti acquistati in Italia, savoir-faire proveniente dall’India, il tutto assemblato, disegnato e fotografato da lui. Tutto è reale, ripete. Il digitale serve a mostrare questi capi nel modo più forte e lussuoso, a immaginare un luogo, architetture indiane, modelle, attorno a ciò che già esiste. Riassume la sua scelta in tre parole: vera narrazione, vero prodotto, vera tradizione.
Questa scelta cambia lo statuto dell’immagine. Il digitale fornisce lo scenario e le comparse; la materia resta quella dell’atelier. Un ricamo fotografato conserva ciò che un rendering non ricostruisce senza fatica: il rilievo irregolare di un lavoro fatto a mano. Mostrare l’artificio senza confonderlo con la materia è una scelta rara in un esercizio in cui l’immagine di sintesi tende spesso ad assorbire tutto.
Un film non giudica né un taglio né l’aplomb di un tessuto in movimento. Dice un’intenzione, e qui è leggibile: un giardino che non è mai esistito per accogliere abiti che, loro, sono stati realizzati.
Un ricordo non si pianta, si trapianta. Da Ungaro, abiti reali in un giardino che non ha mai avuto terra.








































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