Tra le montagne e il Mar Rosso, sulla costa nord-occidentale dell’Arabia Saudita, AMAALA prepara l’apertura della sua prima fase per l’estate 2026. Vision, Equinox, Six Senses, Nammos, Four Seasons, Rosewood: a regime, venticinque hotel e tremila camere per una destinazione che si presenta come un santuario della longevità. La parola santuario regge a cifre simili?
C’è una parola che da qualche anno ritorna di continuo nel vocabolario del turismo di lusso, e che meriterebbe un momento di attenzione prima di lasciarla scivolare via come un semplice argomento di marketing: benessere. AMAALA, il progetto che l’Arabia Saudita sviluppa nella regione di Tabuk, tra montagne desertiche e litorale del Mar Rosso, ne rivendica la nuova incarnazione. La destinazione, la cui prima fase dovrebbe aprire nell’estate 2026, si presenta come una visione del viaggio modellata dalla natura, dal patrimonio e da un approccio olistico al vivere meglio: un progetto pensato, secondo i suoi promotori, per la longevità e per un’arte di vivere esperienziale più che per la semplice villeggiatura balneare.
Il problema, o almeno la tensione che merita di essere posta, sta nella scala del progetto. A regime, AMAALA dovrebbe contare circa venticinque hotel e tremila camere, ospitando insegne diverse come Six Senses, Equinox Hotels, Nammos, Four Seasons, Rosewood Hotels & Resorts o ancora Jayasom, completate da un’offerta gastronomica e retail all’altezza di queste ambizioni. La parola santuario, nella sua accezione più stretta, designa un luogo protetto dalla sua rarità, dalla stessa esiguità di ciò che propone. Uno spazio che prevede di accogliere ogni anno l’equivalente di diverse decine di migliaia di visitatori mette necessariamente in discussione questa promessa di intimità contemplativa, senza per questo invalidarla in partenza: tutto dipenderà da come lo spazio sarà sequenziato, disperso, preservato dalla logica di flusso che caratterizza il turismo di massa.
Questo paradosso non è proprio di AMAALA. Attraversa tutto ciò che si potrebbe chiamare l’economia mondiale della longevità, un settore in piena espansione che promette ritiri rigenerativi, protocolli di benessere personalizzati e una riconnessione con la natura, il tutto, molto spesso, offerto su una scala industriale che contraddice in sordina l’ideale di rarità che vende. AMAALA si inscrive esplicitamente nella Vision 2030 del Regno, la strategia di diversificazione economica che spinge l’Arabia Saudita a investire massicciamente nel turismo di alta gamma per preparare il dopo-petrolio. Il progetto non è dunque soltanto una destinazione alberghiera: è un tassello di un riposizionamento geopolitico ed economico di ampia portata, in cui il vocabolario del benessere individuale si mette al servizio di un’ambizione nazionale di riposizionamento.
A discarico del progetto, la dimensione ambientale annunciata non è aneddotica: AMAALA prevede di essere alimentata al 100% da energie rinnovabili, con una riduzione attesa di quasi mezzo milione di tonnellate di emissioni di CO2 l’anno. Un impegno che, se verificato nel tempo, distinguerebbe la destinazione da buona parte degli sviluppi turistici analoghi altrove nel Golfo, dove la promessa ecologica resta troppo spesso confinata alla comunicazione d’apertura.
Resta una domanda a cui solo l’esperienza del luogo, una volta aperto, potrà rispondere: si può sentire la solitudine rigeneratrice di un santuario naturale sapendo che altri ventiquattro hotel condividono lo stesso litorale? La risposta non si trova in nessun comunicato stampa. Si misurerà dal silenzio, o dalla sua assenza, una volta consegnate le prime fasi.
























































































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