Fu la musa di Karl Lagerfeld e di Helmut Newton, una delle gambe più fotografate degli anni Novanta. Trent’anni dopo, Nadja Auermann riappare davanti all’obiettivo del fotografo britannico Rankin per la campagna Fall/Winter 2026 di Ports 1961, attorno a un’idea tanto semplice quanto esigente: il movimento come stato interiore piuttosto che come gesto.
Presentata una prima volta alla sfilata di febbraio scorso, la collaborazione tra Nadja Auermann e Ports 1961 si conferma e si dispiega con questa campagna FW26, come il capitolo successivo di un dialogo creativo avviato all’inizio dell’anno. La maison, fondata nel 1961 dall’imprenditore canadese Luke Tanabe e oggi insediata nel quartiere milanese di Brera, con flagship a Milano, Hong Kong e Shanghai, ha costruito la propria identità su silhouette architettoniche, una costruzione ragionata e un approccio essenziale al lusso. Far tornare un’icona degli anni Novanta per incarnarla non è mai una scelta neutra: è una scommessa sulla memoria visiva di una generazione, trasposta in un guardaroba contemporaneo.
Perché Nadja Auermann non è un volto tra tanti. Modella tedesca divenuta leggenda, celebre per le sue gambe interminabili quanto per il suo magnetismo, ha sfilato per Chanel, Versace e Dior, e posato per le copertine di Vogue, Harper’s Bazaar ed Elle. Musa di lunga data di Karl Lagerfeld e di Helmut Newton, ha collaborato con alcuni dei fotografi più influenti della sua generazione — Richard Avedon, Peter Lindbergh, Patrick Demarchelier —, contribuendo a definire un’intera epoca della moda.
Di fronte a lei, un altro nome che pesa: Rankin, fotografo, editore e regista britannico, cofondatore nel 1990 della rivista di culto Dazed & Confused insieme a Jefferson Hack. Noto per un immaginario editoriale senza compromessi, ha firmato campagne per Rolls-Royce, Unilever, L’Oréal, Lego o Samsonite, fotografato i Rolling Stones, David Bowie, Kate Moss, Kendall Jenner e Zendaya, e immortalato re Carlo III per i suoi settantacinque anni. Il suo incontro con Auermann non è dunque quello di due talenti che si scoprono, ma quello di due traiettorie che si riconoscono.
Al centro di questa campagna c’è un concetto che supera la semplice direzione artistica: il movimento, interpretato al di là della sua dimensione puramente fisica. Qui diventa una forza emotiva e psicologica, che plasma la presenza, l’atteggiamento e l’identità più di quanto descriva un gesto. Attraverso un approccio performativo, Nadja Auermann trasforma il movimento in uno stato d’essere piuttosto che in un’azione, catturando la tensione tra immobilità e dinamismo che definisce la collezione. Resta una domanda, aperta come lo sguardo che rivolge all’obiettivo: che cosa dice del lusso contemporaneo questo bisogno di convocare le icone di ieri per incarnare ciò che, proprio, rifiuta di fissarsi?



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