Per la primavera-estate 2027, ALAINPAUL lascia la scena per ciò che la segue. La collezione The Scene affida a chi indossa il capo una parte della sua costruzione e annuncia per la prima volta una performance dal vivo.
Per la primavera-estate 2025, la danza contemporanea alimentava già la collezione di ALAINPAUL. La stagione 2027 mantiene questa fonte e cambia momento: The Scene segue l’interprete dopo la rappresentazione. Secondo la Maison, la coreografia codificata si allenta e il confine tra scena istituzionale e scena underground si cancella. I coreografi che cita, Hofesh Shechter, (LA)HORDE e Sharon Eyal, hanno in comune un lavoro che attinge all’energia della vita notturna.
Il dettaglio che struttura la collezione è la costruzione regolabile. Una gonna sartoriale oversize dispone di più posizioni di bottoni e di un sistema elastico interno: chi la indossa decide la vita e la caduta della lana. Nei capi fluidi, abiti in mussola leggera integrano tunnel, cordini e fermacordino, così che tirare o rilasciare il tessuto trasforma la silhouette. Cordini, tiretti ed elastici della tuta in nylon migrano su gonne a tubino, top senza maniche e abiti, mentre le giacche della tuta femminili ricevono maniche a palloncino. La Maison inverte anche i materiali: una seta asciutta e trasparente costruita per somigliare al nylon, un nylon leggero che assume la fluidità della seta.
Il secondo principio nasce dalla collaborazione di ALAINPAUL con Imre e Marne Van Opstal per l’Opéra de Paris nel 2025. Essa ha mostrato, indica la Maison, che un costume di scena è costruito solo per lo sguardo del pubblico. La collezione ne trae frammenti in trompe-l’œil: una camicia ridotta al suo davanti, una canotta o un cardigan ridotti alla loro superficie visibile, un pettorale ornamentale che fa le veci di un gioiello. Il capo conserva la memoria di un costume senza riprodurlo per intero. La ginocchiera in pelle, concepita per proteggere il corpo del danzatore, viene staccata dalla sua funzione e diventa un accessorio da portare sulla gamba o una borsa; una manica di giacca può essere annodata in alto, come cintura o come borsa.
Questi due principi non vanno nella stessa direzione. Il primo dà controllo a chi indossa: il capo si regola, si stringe, si lascia cadere. Il secondo ammette che un capo possa esistere solo per essere visto. La loro coesistenza è la tensione principale della collezione, e il criterio per giudicarla è semplice: la costruzione mantiene la promessa dell’idea? Un tutù ridotto alla sua struttura, trasformato in un abito di «mille volant» applicati uno a uno attorno a un corsetto interno, risponde al secondo principio. L’ultima silhouette, in organza di seta tessuta con filo metallico che mantiene la forma nello spazio con quasi nessun peso, trattenuta da un’unica fascia di gros-grain sul busto, è più una dimostrazione tecnica. Il denim, lavorato pezzo per pezzo con usura, decolorazione e lamina metallica, porta l’idea più chiara: una silhouette collettiva composta di identità individuali.
La presentazione prolunga questa ricerca. Per la prima volta, annuncia la Maison, una performance dal vivo associa danza contemporanea e pulsazione della notte underground: una coreografia di Eric Christison, su una composizione di Senjan Jansen con Shygirl, che parte da corpi isolati per riunirsi in un gruppo. Resta da vedere, sui capi stessi, se la regolazione offerta a chi li indossa sia un vero uso o un effetto di costruzione.




















































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