Berluti mette in scena la nonchalance a due voci, tra Parigi e Seoul

by PASCAL IAKOVOU
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In un appartamento haussmanniano filmato come un elegante interno a porte chiuse, Berluti affida a Victor Belmondo e Lee Jun-ho il compito di disegnare i contorni di un uomo che rifiuta di prendersi troppo sul serio.

Esiste un modo molto francese di indossare il lusso con disinvoltura, e un altro, venuto da Seoul, che lo osserva e lo reinterpreta. È questo incontro che mette in scena la nuova campagna istituzionale di Berluti, girata negli spazi di un appartamento haussmanniano parigino dove sopravvivono ancora le tracce di un’arte di vivere antica. Davanti all’obiettivo della fotografa Estelle Hanania, l’attore francese Victor Belmondo e l’attore e cantante sudcoreano Lee Jun-ho si incrociano, si rispondono, occupano lo spazio a turno, senza mai posare del tutto.

La maison parla di un «uomo Berluti» che abita il mondo alle proprie condizioni, coltiva uno sguardo decentrato e porta la propria eleganza con leggerezza, rifiutando di farsi rinchiudere in una categoria. Il racconto visivo scelto per incarnarlo deve meno alla dimostrazione che alla scena di vita colta di sorpresa: Victor Belmondo, appoggiato a un tavolo di legno su cui riposa una sfera metallica, accenna un sorriso complice, vestito con un giubbotto Un Jour in pelle patinata e calzato con derby Alessandro 1895 dai riflessi mogano. Più in là, seduto su una poltrona, le gambe appoggiate su una seconda sedia, fa rimbalzare una mela in aria, con una giacca Forestière gettata sulle spalle, lasciando intravedere, incongruo, un semplice boxer.

L’arrivo di Lee Jun-ho cambia il tempo. Calzato con mocassini Andy che risuonano sul parquet color miele, attraversa l’inquadratura in un completo di pelle blu costruito attorno alla giacca Forestière, foderata con una seconda versione, rosa cipria, visibile al di sotto. Sistemato in una poltrona vintage, la testa appoggiata su una mano, non cerca alcuna posa particolare: occupa lo spazio con un’eleganza priva di rigidità o solennità, come se vi avesse sempre abitato.

Questa intimità di facciata deve molto alla luce: l’appartamento parigino è immerso in toni crema, miele e ambra, una luminosità calda e quasi pittorica che, nella sua grana, sembra custodire un’eco lontana del Rinascimento italiano. Questo dialogo tra Parigi e l’Italia non è un caso di messa in scena: riecheggia in filigrana la doppia origine di Berluti, maison fondata alla fine dell’Ottocento da una stirpe di calzolai, tra radici italiane e ancoraggio parigino. Intorno ai due attori, diversi pezzi emblematici della maison sono illuminati come nature morte contemporanee: un paio di sneaker Stellar in vitello Venezia marrone intenso posate su una sedia scura, o una borsa Un Jour appoggiata su una consolle, sormontata da un ramo di orchidea bianca, scolpita da un gioco di ombra e luce quasi pittorico.

Riunire un attore francese, erede di una stirpe del cinema popolare, e una star coreana proveniente dal mondo del K-pop e dei drama, non è nemmeno una scelta neutra: è un modo, per una maison parigina centenaria, di segnalare che il proprio guardaroba circola ormai tra due capitali del gusto invece di irradiarsi da una sola. La fotografa Estelle Hanania, nota per il suo sguardo sensibile alle zone di sospensione tra posa e istante rubato, trova in questo dispositivo a due voci un terreno a lei familiare: meno la dimostrazione di un capo che la cattura di un’atmosfera.

Dalla fine dell’Ottocento, quattro generazioni di calzolai si sono succedute alla guida di Berluti, prima che la maison estendesse il proprio gesto alla pelletteria nel 2005, poi a una collezione di abbigliamento completa nel 2011, senza mai rinunciare al proprio servizio su misura, disponibile nei suoi atelier di rue Marbeuf e rue de Sèvres. La maison conta oggi più di sessanta boutique nel mondo. Ma ciò che questa campagna racconta soprattutto, attraverso due volti che tutto sembrava contrapporre, è una definizione di chic che non dipende più dalla postura sull’attenti: risiede ormai nella capacità di restare se stessi, fino alla naturalezza di un boxer che spunta sotto una giacca da maestro sarto.

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