Nel 2011 l’artista britannico Martin Smith entrava nella M.A.D.Gallery di Ginevra con macchine la cui unica funzione dichiarata era l’inutilità. Quindici anni dopo, una delle sue sculture ha appena scoperto, quasi suo malgrado, un mestiere: caricare un orologio.
Una filiazione rivendicata con il sole
Quando Martin Smith inizia a disegnare quello che diventerà il Solar Orbiter, non pensa all’orologeria. Pensa al sole e a un riferimento preciso: la Solar Do-Nothing Machine, progettata nel 1957 da Charles e Ray Eames per una campagna pubblicitaria di Alcoa destinata a dimostrare gli usi dell’alluminio e dell’energia solare. Un oggetto meccanico la cui unica funzione è muoversi, senza produrre né trasformare nulla. È questa filiazione che Smith persegue quando la M.A.D.Gallery gli commissiona un pezzo in edizione limitata per i suoi quindici anni, con una sola consegna: una creazione cinetica che celebri quindici anni di creatività meccanica.
Smith non è un nuovo arrivato nella galleria ginevrina, fondata nel 2011 all’interno della manifattura MB&F. È anzi uno dei suoi primissimi artisti esposti, con il nome di Laikingland, il collettivo fondato con l’ingegnere Nick Regan. Le loro prime opere, The Applause Machine e Fingers, condividono la stessa ossessione: meccanismi che ripetono un gesto senza altra finalità che la ripetizione stessa. Il Solar Orbiter avrebbe dovuto seguire la stessa traiettoria: una scultura autonoma, senza funzione aggiuntiva.
La deviazione di un fondatore
La svolta arriva dall’esterno del progetto. Maximilian Büsser, fondatore di MB&F, scopre il disegno di Smith e pone una domanda che non figurava nelle specifiche: e se diventasse un carica orologi? Smith racconta di aver visto arrivare la proposta: «me l’aspettavo un po’», confida; una risposta che dice molto della reputazione della maison ginevrina, abituata a trasformare oggetti narrativi in pezzi funzionali.
Il risultato conserva la logica iniziale della scultura — rotazione lenta, silenzio, assenza di scopo apparente — ma vi sovrappone un carico utile: un orologio da polso mosso da una coreografia di ingranaggi e bracci articolati. Un’elettronica sviluppata appositamente per il pezzo permette all’insieme di funzionare senza rumore meccanico percepibile, spostando così la natura dell’oggetto: non lo si sente girare, lo si guarda girare.
DETTAGLIO — Il Solar Orbiter misura 60 centimetri di altezza e riunisce più di 300 elementi realizzati a mano. Tre motivi intercambiabili — un cuore, una mano, una stella — consentono di modificare la composizione della scultura. Saranno prodotti dieci esemplari numerati, al prezzo di 9.900 franchi svizzeri tasse escluse.
Una firma che persiste
Chi conosce il lavoro di Smith riconoscerà, nel motivo della mano, un’eco diretta delle sue opere precedenti per la galleria, tra cui l’emblematica mano applaudente che ha costruito la sua reputazione dal 2011. Il Solar Orbiter non cancella il vocabolario di Laikingland per conformarsi ai codici dell’orologeria; li fa convivere. È probabilmente questo a distinguere la collaborazione da altri incontri fra artisti e orologiai: l’oggetto non diventa funzionale suo malgrado, accetta, scultura dopo scultura, di rendere servizio a un meccanismo che non è il suo.
Resta una domanda che l’opera lascia aperta: per quanto tempo un oggetto progettato per non fare nulla può continuare a funzionare in questo modo, una volta che gli viene affidato un orologio da far girare?












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