BOSS veste la Laver Cup: la sartoria scende in campo

by PASCAL IAKOVOU
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Il tennis ha da sempre i suoi codici di abbigliamento, ma la Laver Cup è nata dall’idea di un torneo più teatrale, più vicino allo spettacolo che alla sola competizione. È questo il terreno che BOSS sceglie di presidiare, in qualità di Partner Ufficiale Abito da Cerimonia dell’edizione londinese del torneo. Il titolo stesso della partnership, Abito da Cerimonia anziché semplice fornitore tecnico, dice molto della natura dell’accordo: non si tratta di vestire la prestazione sportiva in sé, ma tutto ciò che la circonda, dalle fotografie ufficiali alle apparizioni pubbliche.

Per l’occasione, il marchio tedesco ha messo in campo un’intera settimana di attivazioni che uniscono tennis, stile e cultura, tra il flagship di Regent Street e l’O2. Il programma ha compreso una conversazione intima in boutique con Taylor Fritz e Patrick Rafter, un servizio fotografico ufficiale con la squadra, una serata di apertura e poi tre giorni di competizione all’O2.

Questo formato di conversazione in boutique, che riunisce un giocatore ancora in attività e una figura più affermata del tennis, riproduce in piccolo il principio stesso della Laver Cup: far dialogare le generazioni anziché contrapporle. Taylor Fritz e Patrick Rafter incarnano ciascuno un rapporto diverso con l’abito da cerimonia che BOSS intende appunto mettere in scena.

Il momento visivo più forte della settimana resta la fotografia ufficiale delle squadre, realizzata il 23 settembre alla The Old Royal Naval College, luogo emblematico di Londra, dove Team World e Team Europe si sono riunite per una delle immagini più riconoscibili dell’evento. Taylor Fritz, Learner Tien, Francisco Cerúndolo, Jakub Menšík, Arthur Fery, Ignacio Buse e Rafael Jódar vi compaiono tutti vestiti BOSS: un modo, per il marchio, di fare della propria competenza sartoriale uno degli elementi chiave di questa immagine collettiva.

La scelta del luogo non è probabilmente neutra: far posare sette giocatori provenienti da paesi diversi in uno scenario tipicamente londinese come The Old Royal Naval College ancora la Laver Cup, il tempo di una fotografia, a una forte identità britannica, pur se la competizione stessa si vuole risolutamente internazionale, opponendo una selezione europea a una selezione del resto del mondo.

Questa scelta di associare abito e campo da tennis non ha nulla di casuale per una maison la cui identità si è storicamente costruita sull’abbigliamento cittadino. La Laver Cup, con la sua dimensione cerimoniale dichiarata (squadre, capitani storici, una messa in scena quasi teatrale della rivalità tra continenti), offre un terreno naturale a questo incontro tra abito e sport.

Resta da vedere se questa associazione, rinnovata di anno in anno, riuscirà a imprimersi nella memoria del torneo al pari delle sue rivalità sportive, oppure se resterà, per il grande pubblico, un elegante sfondo a sfide che, quelle sì, si giocano in tenuta da gara. Ciò che distingue però questo tipo di partnership dalle sponsorizzazioni classiche è proprio l’assenza di un abbigliamento da competizione in senso stretto: BOSS non veste i giocatori mentre giocano, ma prima e dopo, nei momenti in cui il tennis torna a essere un evento sociale oltre che sportivo.

Questo spostamento dal campo al protocollo non è una scelta di ripiego: corrisponde a ciò che la Laver Cup ha sempre cercato di essere fin dalla sua creazione, un formato ibrido tra competizione seria e ritrovo mondano, dove l’aspetto dei giocatori fuori dal campo conta quasi quanto la loro classifica.

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