dunhill non presenta una collezione autunno-inverno 2026: procede all’esame minuzioso di un solo capo. A Study of the Blazer analizza la giacca sartoriale inglese cucitura per cucitura, dal gun club check tessuto da centoventicinque anni alle asole cucite a mano con filo di seta.
Savile Row incontra King’s Road
Il direttore creativo Simon Holloway colloca la propria ispirazione nella Londra degli anni Sessanta, nel punto preciso in cui i codici rigorosi di Savile Row incrociavano lo stile più libero che emergeva allora in King’s Road. Da questo incontro nasce una tavolozza ristretta, quasi cinematografica: grigi sovrapposti che scivolano verso marroni invernali e toni mezzanotte, senza mai cedere all’ostentazione. È un guardaroba pensato per la sfumatura più che per l’effetto.
Il blazer si declina in due tagli distinti, il Cavendish, di costruzione più morbida, e il Bourdon, più strutturato, che permettono al capo di muoversi senza strappi tra formale e informale. Le tasche e la spaziatura dei bottoni, ispirate direttamente agli archivi della maison, ancorano queste silhouette contemporanee a una continuità storica anziché a una citazione puntuale.
Il gesto prima del motivo
Sono i materiali a reggere l’essenziale del discorso di questa campagna. Un gun club check in lana e cashmere è tessuto da un’azienda britannica il cui savoir-faire risale a più di un secolo e un quarto, mentre un pied-de-poule su misura e una flanella leggera a motivo finestra attingono alla tradizione laniera dello Yorkshire. Un panno double face in lana e seta indaco, formato da due strati tessuti dalle superfici rifinite separatamente, richiede più di ventiquattro ore di lavoro specializzato: una cifra che la maison enuncia senza magniloquenza, come un dato tecnico e non come un argomento di marketing.
Il camoscio di vitello introduce una lettura più sportiva del guardaroba attraverso il Driving Blazer: corpo e maniche sono lasciati senza fodera per preservare il tatto naturale della pelle, una costruzione incollata e bordi dipinti a mano assicurano una finitura netta, e un dorso d’azione preso in prestito dall’abbigliamento da guida libera il movimento. La maison, fondata da Alfred Dunhill oltre centotrent’anni fa nel mondo dell’automobile prima che in quello del prêt-à-porter, chiude così un cerchio discreto tra la sua storia e il suo presente.
Cinque volti per un capo
Fotografata da Ethan James Green, la campagna riunisce Henry Kitcher, Daisuke Ueda, RJ Rogenski, Colin Otto e Hamid Onifade in ritratti da atelier molto serrati, lontani dalle consuete messe in scena spettacolari del genere. L’obiettivo indugia sulla grana del camoscio, sulle cuciture, sulla ferramenta dei bottoni, quanto sulle silhouette intere: un modo di trattare il capo come soggetto di studio anziché come semplice supporto di un’immagine.
Scegliendo di dedicare un’intera campagna a un solo capo, dunhill fa una scommessa controcorrente rispetto alle logiche di collezione che moltiplicano le proposte per saturare l’attenzione. A Study of the Blazer punta sull’opposto: la ripetizione di uno stesso gesto, declinato in materiali e tagli, finché il capo non rivela tutto ciò che ha da dire sull’eleganza inglese contemporanea.






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