Sovrapporre, secondo Roberto Cavalli, primavera-estate 2027

by PASCAL IAKOVOU
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A Los Angeles la luce della sera resta impigliata nella polvere delle freeway e non se ne stacca più. Sul Sunset Boulevard il crepuscolo si allunga, fosforescente, un po’ tossico, e nessuno ha nulla da ridire. Bret Easton Ellis ha fatto della paura di immettersi su quelle strade veloci la prima frase di Less Than Zero. La città ha conservato questo modo di mostrare tutto e di confondere tutto nello stesso movimento.

È qui che la Maison Roberto Cavalli ha collocato la sua collezione primavera-estate 2027, House of Prints, sottotitolata «Le Muse a Los Angeles». La scelta non ha nulla della cartolina. Los Angeles, qui, è un metodo di sovrapposizione.

Roberto Cavalli è nato stampatore, figlio di un restauratore di dipinti. La frase dovrebbe bastare a situare la Maison. Da Cavalli la stampa è un mestiere, un’eredità, un gesto di famiglia che precede il linguaggio della moda. Il denim ne conserva la traccia più viva: jeans personalizzati, tagliati, distrutti, ricomposti, un ciclo che la collezione prosegue fino a farne un metodo. Nulla vi è posato in piano. Sul denim, una stampa trompe-l’œil in tre dimensioni riceve applicazioni, in doppio passaggio. Il tulle stampato viene tagliato in strisce, poi riassemblato. Un raso pigmentato racconta il pitone. Un devoré pittorico lascia correre il leopardo, la tigre, il tatuaggio, la pelle di razza e il floreale sulla stessa superficie.

Le stampe si accumulano senza gerarchia. Il caos è costruito con febbre, ed è questa costruzione a renderlo vivo. Frammenti di decenni diversi stanno insieme in un unico presente, e la Maison vi vede lo spirito stesso della città. Fausto Puglisi, direttore creativo, tratta l’archivio come un organismo attivo: a lungo frainteso, finisce anni dopo per mettersi a fuoco da un’angolazione che non esisteva. Gli eccessi degli anni Duemila tornano senza nostalgia. Sono rivendicati perché sono onestamente Cavalli. Si pensa al padre restauratore, a quel mestiere che consiste nel rendere leggibile ciò che era stato guardato male.

I volumi seguono la stessa energia. Capi in jersey stretch, quasi sportivi, aderiscono a un corpo californiano che Puglisi vuole libero e senza modello, radicato ovunque e da nessuna parte. Accanto, lo chiffon parla un’altra lingua, più europea. La sottoveste Cavalli si abbina a tutto, anche lo slip dress. Il top asimmetrico viene rotto e poi ricomposto. La morbidezza di un sari incontra il taglio impeccabile di una giacca di sartoria napoletana. I 45 look sono concepiti come incontri, non come silhouette chiuse. La collezione propone una sola combinazione su mille. Le altre 999 spettano a chi si veste.

Ai piedi, gli anni Novanta sono citati senza giri di parole: zoccoli gioiello, serpente classico, con tacco o piatti. Gli occhiali sono aviator. La borsa Dea, pezzo storico della Maison, fa il suo ritorno.

Nulla di tutto questo cerca la quiete. Cavalli afferma una celebrazione del corpo, con festa, evasione, gioia, una vena dionisiaca assunta. È un lusso inquieto, a volte inquietante, a immagine della città. Il corpo si mostra. Sa di essere guardato, ed è proprio in questo meccanismo che prova piacere a essere esposto.

Sul Sunset il crepuscolo ricomincia. Nessuno ha ancora deciso quale delle stampe illuminerà per prima.

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