Jimmy Choo Primavera-Estate 2027: l’arte di non scegliere mai

by PASCAL IAKOVOU
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Presentata a Milano in un’ambientazione da galleria museale popolata di statue dorate a grandezza naturale, la collezione Primavera-Estate 2027 di Jimmy Choo rifiuta nettamente le categorie. Sandra Choi vi assume il contrasto come firma, facendo del glamour un’energia anziché un’uniforme.

C’è una forma di audacia tranquilla nel non decidere mai. Per i suoi trentun anni, Jimmy Choo sceglie proprio questo: non scegliere. La collezione Primavera-Estate 2027, presentata durante la Fashion Week di Milano in uno spazio che evoca al tempo stesso una biblioteca e una galleria di museo, mette in scena statue dorate immobilizzate in una trasformazione perpetua, dal giorno alla notte, da un umore all’altro. Un modo di dire, ancora prima della prima scarpa, che la maison intende esplorare le identità anziché fissarle.

«Il glamour non ha sempre bisogno di essere atteso. Può essere ovunque, in chiunque. È uno spirito, un modo di sentirsi», riassume Sandra Choi, direttrice creativa. Questa idea di contrasto irrora ogni pezzo. L’IZU, mule a punta aperta appollaiata su un tacco sottile da 85 mm, riprende il motivo punteggiato dell’elaphe d’archivio della maison, ma lo traduce in una stampa monocromatica su nappa latte — un gesto di citazione più che di ripetizione, arricchito da una spilla di perle di resina turchese e cristalli che riafferma, in tono più gioioso, l’opulenza gioielliera propria della maison. Lo stesso motivo veste diversamente l’EYLA, décolleté con cinturino posteriore e tacco basso da 45 mm, pensata per un atteggiamento diurno — prova che a Jimmy Choo piace riproporre uno stesso dettaglio in registri opposti anziché confinarlo a un’unica silhouette.

La maison gioca anche sui livelli: la décolleté COKO, in raso bicolore impreziosita da un corsage floreale rosso rubino e rosa macaron, può scivolare senza sforzo dallo spettacolare al quotidiano, e questo stesso motivo di corsage è reinterpretato sulla silhouette più utilitaria dell’EYLA in nappa latte pura. All’inverso, l’ELLIS, mocassino proposto piatto o con tacco a blocco da 65 mm, esplora il bianco e nero in pelle naplak verniciata e craquelé — un modo di elevare un mocassino anziché abbassare un tacco, invertendo la logica abituale della maison, che di solito preferisce declinare le altezze verso il basso piuttosto che verso l’alto.

Sul versante pelletteria, la famiglia CINCH si arricchisce di una borsa a tracolla stretta da una chiusura a patta firma, declinata in ciliegia matura o in elaphe monocromatico, mentre un Jimmy Choo storico, il BING, si reinventa in versione Mary Jane con finiture deliberatamente maschili — nappa ciliegia-oxblood, flanella grigia mélange come discreto omaggio ai primissimi modelli della maison negli anni Novanta. Il tacco DROP, dal canto suo, ricompare sulla mule ORIA, dove un decoro floreale di micro-perle disegna una rosa inglese su nappa nocciola, prima di prolungarsi in stampe denim trompe-l’œil su pelle sottile, proposte anche sulla slingback RESA e sulla stringata MARGOT.

Questo approccio per contrasti non è un semplice rivestimento concettuale applicato a una collezione di stagione: attraversa anche il modo in cui Jimmy Choo pensa ormai le proprie sfilate, allestendo, anziché una passerella classica, uno spazio scenografato come luogo di contemplazione. Le statue dorate, immobili ma colte in piena trasformazione, diventano allora i veri portavoce silenziosi di questa idea di femminilità multipla, che rifiuta di essere ridotta a una sola posa o a un solo istante.

Ciò che questa collezione racconta, in fondo, non è tanto una stagione quanto il modo in cui una maison di lusso può invecchiare senza irrigidirsi: rifiutando di essere un solo volto, anche a costo di assumerne diversi insieme, e affidando a statue dorate — anziché a una semplice passerella — il compito di ricordare che ogni identità resta, per natura, un work in progress.

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