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Death in Venice de Benjamin Britten au Teatro alla Scala de Milan

by pascal iakovou
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Dopo il deciso e clamoroso insuccesso di “Tosca” nella vesione di Luc Bondy al Teatro alla Scala il riscatto, anche se per ora momentaneo, è arrivato dalla messa in scena di “Death in Venice” di Benjamin Britten nell’allestimento di Deborah Warner che era già stato calorosamente applaudito all’ ENO di Londra (2007) ed al Théatre Royal de la Monnaie di Bruxelles (2009) e che qui è stato ulteriormente rivisto e ripensato. Fille terrible della scena britannica Deaborah Warner vanta un glorioso passato al Festival di Bayreuth (come allieva, tra gli altri, di Patrice Chéreau) ed è in questa veste che qui la ritroviamo anche se col tempo ha conquistato un’invidiabile autonomia ed indipendenza . “Death in Venice” andò in scena per la prima volta al Festival di Aldnburgh il 16 giugno 1973 , nello stesso anno passò al Covent Garden ed il 20 settembre 1973 ebbe anche la sua prima italiana al Teatro La Fenice di Venezia . Da allora mancava dall’Italia . Le scenografie essenziali sono di Tom Pye, gli elegantissimi costumi di Chloe Obolensky, le sobrie coreografie di Kim Brandstrup e la magica e rivelatrice direzione delle luci di Jean Kalman . Nelle note di regia la stessa Warner ci confessa che da fedele wagneriana non è mancata di recarsi a Venezia durante il lungo periodo di lavorazione dello spettacolo e questo è palpabile e lapalissianamente evidente in scena . Il bellissimo libretto di Myfanwy Piper è stato ottimamente recitato e cantato da tutti i solisti britannici della produzione e decisivo era l’impulso e la direzione del giovane prodigio Edward Gardner che faceva brillare tutta l’orientalità della partitura (Britten soggiornò a Bali nel 1956), nonché l’influsso evidente della Scuola di Vienna innestato in un modo tutto personale di rendere
attuale la lezione di Bela Bartok e Claude Debussy, riuscendo allo stesso tempo a fondere perfettamente le voci nella partitura . Benjamin Britten non vide il film di Luchino Visconti ma il lavoro di Deborah Warner è programmaticamente ispirato da Thomas Mann (sin dalle sopracitate
note di regia) e ,soprattutto, diremmo proprio dal film di Visconti che viene innestato in in lugubre, lagunare chiaroscuro decisamente derivante da una personalissima assimilazione di “Tristan und Isolde” di Richard Wagner che ha la sua apoteosi nel finale dell’opera . In tutta questa operazione
decisiva è la partecipazione e la memorabile ed estenuante prestazione del tenore britannico John Graham – Hall che è un Gustav von Aschenbach perfetto, definitivo e senza possibilità di appello, sia dal punto di vista scenico che vocale, e che non a caso vanta un prestigiosa esperienza delle partiture di Leos Janacek ( in particolare quale Broucek), ma che ancora una volta richiama in modo quasi plateale il film di Luchino Visconti . Di ottimo livello anche tutte le altre voci maschili mentre tra quelle femminili si distinguono le prestazioni di Anja Grubic, Anna Dennis e Madeleine Shaw . Impossibile citare tutto l’imponente cast mentre una menzione speciale e particolare va ovviamente agli allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala sotto la come sempre magica direzione di Frédéric Olivieri nonché al Coro diretto da Bruno Casoni. Per una volta lo spettacolo e la produzione, originariamente pensata altrove , trovava una sua precisa ed ideale collocazione nella sala del Piermarini proprio grazie al lavoro di rifinitura e ripensamento effettuato da Deborah Warner . Non eravamo al Covent Garden ma la partitura ed il lavoro di Benjamin Britten venivano magnificati ed esaltati e veniva loro finalmente resa piena giustizia . Sorprendente anche la reazione del pubblico numeroso , entusiasta e pienamente ammaliato . Le repliche continuano sino al 19 marzo .

Giacomo Di Vittorio

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