Jil Sander, o il profumo ridotto all’essenziale

by PASCAL IAKOVOU
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Dodici formule, tre ingredienti dichiarati, un’ambizione enunciata fin dal primo capitolo della collezione: riequilibrare le proporzioni tradizionali del profumo anziché moltiplicarne gli strati. Con sei nuove creazioni che si aggiungono a Olfactory Series 1, Jil Sander conferma una scommessa singolare in un settore in cui la profusione di note funge spesso da argomento di vendita.

La collezione poggia su un’architettura volutamente ristretta: molecole sintetiche di aldeidi, alcol derivato da emissioni di CO2 riciclate e acqua. Il fatto che la maison scelga di nominare in modo così esplicito questi tre componenti, anziché dispiegare una classica piramide olfattiva di note di testa, di cuore e di fondo, la dice lunga sull’intenzione. Non si tratta di raccontare un viaggio sensoriale in più atti, ma di costruire un oggetto olfattivo la cui semplicità di formula diventa essa stessa il soggetto.

Questo vocabolario della riduzione non è un caso di collezione: prolunga l’identità che la maison Jil Sander ha costruito fin dalla sua fondazione nel prêt-à-porter, dove la linea pura e l’assenza di ornamento superfluo sono state a lungo la sua firma. Che la stessa esigenza si ritrovi ora nella formula di un profumo, fino alla scelta di nominare le molecole anziché suggerire un’atmosfera, conferma che il marchio concepisce il proprio laboratorio olfattivo come un’estensione diretta, e non come una semplice licenza, del suo guardaroba.

Questo partito preso minimalista si accompagna, paradossalmente, a una pluralità di firme. Le sei nuove fragranze — Shiso, Lily, Mahogany, Salt, Sesame e Vanille — sono state affidate a sei profumieri diversi, Julie Massé, Mathilde Bijaoui, Louise Turner, Alexis Grugeon, Meabh Mc Curtin e Coralie Spicher, all’interno di un insieme di nove profumieri coinvolti nell’intera collezione. Questa scelta di una firma plurale, anziché quella di un unico naso che imprima il proprio segno sull’insieme, riflette un approccio quasi editoriale al profumo: ogni fragranza diventa un breve testo, scritto da una voce diversa ma sottoposto allo stesso vincolo di forma.

L’unisex, rivendicato fin dal lancio della collezione, assume qui tutto il suo senso: riducendo la formula a ingredienti volutamente neutri — un sale, una radice, una resina legnosa anziché accordi floreali o muschiati connotati dal genere —, la maison evita i codici olfattivi tradizionalmente associati al maschile o al femminile, senza per questo scivolare nell’astrazione. Salt e Sesame, per esempio, attingono a universi alimentari e minerali più che alla profumeria fine classica, ancorando la collezione a una forma di quotidianità più che all’eccezionalità pura.

Il flacone, concepito con lo studio Formafantasma, prosegue la stessa logica di riduzione meditata. Il tappo in alluminio bianco a forma di campana protegge il profumo dalla luce ma soprattutto, una volta rimosso, modella un gesto preciso: quello di tenere in mano qualcosa di prezioso prima di profumarsi. Lo studio, noto per il suo lavoro sulle forze sociali ed ecologiche che attraversano il design contemporaneo, ha cercato di reintrodurre una dimensione artigianale in un processo industriale di fabbricazione del vetro — un’ambizione che si ricollega a quella, più ampia, della maison sull’alcol riciclato.

Il lancio, fissato all’8 luglio 2026 nelle boutique Jil Sander, su jilsander.com e nei grandi magazzini, conferma una distribuzione volutamente ristretta: il marchio non cerca una presenza ovunque, ma una disponibilità che resti selettiva, coerente con il posizionamento del resto della maison.

A 230 euro per 100 ml, in un flacone ricaricabile, Olfactory Series 1 non si rivolge a un mercato di massa, ma pone una domanda che va oltre il solo segmento del lusso: se la raffinatezza di un profumo si misuri ancora dalla complessità della sua formula, o se possa ormai risiedere nel rigore del gesto che la compone.

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