Per i suoi trent’anni, la Maison Européenne de la Photographie apre le sue pareti a Irving Penn. Con il titolo Penn & Fashion, la mostra non racconta soltanto una carriera: documenta il momento in cui la fotografia di moda ha smesso di illustrare per mettersi a scolpire.
C’è una data su cui la mostra Penn & Fashion, presentata alla MEP dal 30 settembre 2026 al 17 gennaio 2027, non si sofferma, ma che il visitatore ricostruisce da solo percorrendo le sale: il 1947, anno in cui Irving Penn fotografa un cappotto Christian Dior con lo stesso rigore frontale che applicherà, sessant’anni dopo, al coperchio di una lacca rossa. Tra queste due immagini, una convinzione non varia: la moda merita lo stesso sguardo di qualsiasi altro soggetto nobile della storia dell’arte.
La mostra, realizzata con The Irving Penn Foundation e la Nicola Erni Collection, dispiega un percorso cronologico che attraversa i decenni senza mai cambiare grammatica visiva. Gli anni Cinquanta appartengono all’alta moda parigina, con Dior e Balenciaga in testa, magnificata da Lisa Fonssagrives e Jean Patchett. Gli anni Settanta virano verso l’eccentricità di Ungaro e di Courrèges, con silhouette portate da Marisa Berenson o Lauren Hutton. Poi arrivano Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld negli anni Ottanta, prima di una collaborazione più inattesa: quella con Issey Miyake, i cui volumi scultorei trovano in Penn un fotografo capace di trattarli come oggetti d’architettura piuttosto che come abiti indossati.

Irving Penn, Balenciaga Mantle Coat (Lisa Fonssagrives-Penn), Parigi, 1950, Collezione MEP, Parigi. Acquisita nel 1992 © Condé Nast
Ciò che colpisce, man mano che l’allestimento procede, è la costanza di un metodo più che l’evoluzione di uno stile. Penn non cerca di seguire la propria epoca: impone a ogni epoca lo stesso protocollo, fondo neutro, luce controllata, tempo lungo. Che il soggetto sia un abito Balenciaga nel 1950, un mantello ricamato Yves Saint Laurent ispirato a Braque nel 1988 o un copricapo di piume Chanel negli anni Novanta, l’approccio resta identico: isolare la forma da ogni contesto per rivelare ciò che essa deve, da sola, alla mano che l’ha concepita. È questa disciplina, più del glamour dei suoi committenti, ad aver permesso alle sue immagini di attraversare Vogue senza mai dissolversi in esso.
La MEP non presenta Penn come un fotografo di moda giunto allo status di artista per accumulo di prestigio, ma come un artista che ha scelto la moda come materiale, allo stesso titolo con cui ha fotografato mozziconi schiacciati o teschi. È un ribaltamento di prospettiva utile per capire perché le sue immagini delle collezioni parigine degli anni Cinquanta continuino, sette decenni dopo, a circolare come riferimenti assoluti: non perché documentino una moda scomparsa, ma perché ne hanno estratto una geometria che non passa di moda.
La mostra è accompagnata da una programmazione al MEP Studio: Nanténé Traoré, figura emergente della scena francese, vi presenta pays des merveilles dal 30 settembre al 29 novembre, seguita dalla prima mostra personale in Francia dell’artista americano David Gilbert, Apparitions, dal 4 dicembre al 17 gennaio 2027. Due voci contemporanee che prolungano, ciascuna a modo suo, la domanda posta da Penn fin dal 1947: fino a che punto un’immagine può trasformare il proprio soggetto senza tradirlo? La retrospettiva non risponde. Lascia semplicemente che le stampe, allineate lungo sessant’anni, rispondano al suo posto.

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