C’è un’ironia gustosa in questo incontro. Da un lato Desigual, marchio barcellonese nato nel 1984, a lungo associato a un massimalismo dichiarato, quasi rivendicato come manifesto anti-minimalista. Dall’altro Ottolinger, maison berlinese fondata dai designer svizzeri Christa Bösch e Cosima Gadient, divenuta in un decennio un riferimento del decostruttivismo contemporaneo, indossata da Rihanna, Beyoncé o Rosalía. Tra le due, una collezione capsula intitolata Desigual designed by Ottolinger, che non cerca di cancellare questa distanza ma di lavorarla come un materiale.
Il progetto non nasce da un brief di marketing, ma da un’antica fascinazione. Per anni l’atelier di Ottolinger ha attinto al mercato dell’usato per procurarsi capi vintage Desigual, smontarli e poi ricostruirli nel proprio universo creativo. Questa attrazione per le stampe, i colori e l’identità visiva così riconoscibile del marchio catalano è diventata, nel tempo, il punto di partenza di una collezione fondata sul rispetto reciproco per il design, la sperimentazione e l’artigianato. Ciò che Desigual formalizza oggi con Ottolinger non è dunque una collaborazione in senso classico, ma la messa in racconto ufficiale di un gesto che la maison berlinese praticava già, ai margini, da diverse stagioni.
Il principio poggia su un ribaltamento dello sguardo rivolto all’archivio. Lungi dal farne un santuario votato a preservare il passato, Ottolinger ne fa il punto di partenza di un nuovo processo creativo. Christa Bösch e Cosima Gadient hanno attraversato gli archivi di Desigual a Barcellona per selezionare capi provenienti da giacenze dormienti, scelti in base ai colori, alle stampe e alle qualità dei materiali, prima di trasferirli direttamente in atelier. Ogni pezzo della collezione viene poi confezionato a mano a Barcellona, dove il linguaggio decostruttivista di Ottolinger si innesta sull’universo grafico di Desigual, senza mai cercare di cancellarlo.
Questa logica del decostruire per ricostruire è proprio ciò che avvicina le due maison, in apparenza così lontane. Desigual ha costruito la propria identità sull’esuberanza e sul colore, mentre Ottolinger ha edificato la sua su una sartoria non convenzionale e su un approccio sperimentale ai materiali, presentato regolarmente alla Fashion Week di Parigi dal lancio nel 2015. Il risultato di questo incontro non cancella i codici di Desigual: i capi restano immediatamente riconoscibili come suoi, ma attraversati da una tensione nuova, quella di un abito di largo consumo che l’esigenza di una maison indipendente viene a riqualificare.
Per Desigual, che oggi rivendica più di 2.000 collaboratori, una presenza in 107 paesi e oltre 200 boutique in cinque categorie di prodotto, questa collaborazione si inserisce in un periodo di rinnovamento assunto in modo esplicito: immagine, collezioni, spazi di vendita, con l’ambizione dichiarata di sedurre una nuova generazione di consumatori. Rivolgersi a una maison le cui creazioni sono indossate da Rihanna, Kim Kardashian, Dua Lipa o Doja Cat non è un caso di casting, ma una scelta di posizionamento: associare la memoria popolare di un marchio all’esigenza di un guardaroba di nicchia.
Ciò che questa collezione capsula racconta, tra le righe, va oltre il semplice esercizio di stile. Si interroga su come una maison possa reinventarsi senza rinnegare ciò che la rende riconoscibile, affidando il proprio passato a uno sguardo esterno. Resta da capire se questa rilettura, nata da una fascinazione organica più che da una commissione, saprà convincere oltre la cerchia già conquistata da Ottolinger, e se Desigual riuscirà a trasformare questo gesto puntuale in una vera traiettoria di marca.






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