Songtsam: 9 giorni da Lhasa all’Everest in slow travel

by Pascal Iakovou
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Sul tetto del mondo, una collezione alberghiera tibetana compie una scelta opposta al turismo d’alta quota: nove giorni per raggiungere l’Everest e la tacita consegna di non conquistare nulla.

Ci siamo abituati a misurare l’Everest in record: primi di cordata, tempi di salita, code fotografate a 8.000 metri. Songtsam, gruppo familiare fondato nel 2000 da Baima Duoji, già regista tibetano di documentari, propone un’altra unità di misura: la lentezza. Il suo nuovo itinerario collega Lhasa alla parete nord dell’Everest in nove giorni, e la prestazione non è mai il tema. La vetta più alta del mondo non è un traguardo da raggiungere; è una soglia davanti alla quale ci si ferma.

Una geografia che impone il proprio ritmo

Il percorso comincia a Lhasa, il «Luogo degli Dei», dove il Potala, il tempio di Jokhang e i vicoli di Barkhor concentrano ancora la vita dei pellegrini. Da lì, la strada sale verso l’altopiano, attraversa Sakya e Tingri, costeggia passi battuti dai venti prima di raggiungere Rongbuk, ultimo avamposto abitato prima della parete nord. Il ritorno passa da Shigatse e dalla valle dello Yarlung Tsangpo, culla della civiltà tibetana.

Questo circuito segue in parte il tracciato dell’antica Via del Tè e dei Cavalli, millenaria rotta di scambi fra lo Yunnan e il Tibet lungo la quale Songtsam ha disseminato le sue diciotto strutture. L’itinerario, dunque, non inventa un cammino: riattiva una logistica antica, quella delle carovane, e la trasforma in una disciplina dello sguardo. A questa quota, il corpo non ha scelta. L’acclimatazione detta il ritmo e il viaggiatore impara, suo malgrado, che la montagna non si attraversa: si sale per gradi di pazienza.

Due modi di dormire ai piedi dell’Everest

È nei pressi di Rongbuk che l’itinerario svela la sua vera domanda, quella che il programma non formula. Sono possibili due notti: un hotel partner a Baiba, riscaldato e al riparo dal vento; oppure un bivacco in tenda, ai piedi della parete. Il comfort contro l’esposizione. La parete di tela contro la parete di ghiaccio.

Questa scelta vale come dichiarazione d’intenti. Il letto accogliente promette una notte ristoratrice e la montagna tenuta a distanza, dietro un vetro. La tenda, invece, restituisce il freddo, il silenzio minerale, la vicinanza delle bandiere di preghiera e un cielo privo di inquinamento luminoso. Songtsam non prende posizione, ed è proprio qui che si annida l’idea: il lusso contemporaneo non è più l’aggiunta di un servizio, ma la libertà di scegliere il proprio grado di disagio. Si paga per avere il diritto di sentire freddo.

L’alba invece della fotografia della vetta

Il programma indica un culmine emotivo, e non è l’arrivo. È l’alba. Quando i primi raggi toccano l’Everest, la cima passa da un grigio azzurrato a un oro netto, mentre le sue creste si destano una dopo l’altra. Il tramonto, più atteso e più fotografato, non offre questa progressiva ascesa della luce. Songtsam fa del sorgere del giorno il vero appuntamento, e questo spostamento non ha nulla di marginale: chiede di alzarsi prima della montagna, di attenderla invece di coglierla.

Qui sta la coerenza di una casa che parla di meditazione tibetana e rigenerazione senza farne un argomento da spa. Da trent’anni Baima Duoji lega le sue strutture alla tutela delle culture locali e allo sviluppo delle comunità del Tibet e dello Yunnan. L’itinerario dell’Everest prolunga questa linea: non vende una vetta, propone un faccia a faccia. Resta da capire se una clientela abituata a riportare prove —la cima, l’altitudine, il selfie— accetterà di tornare con nient’altro che una luce. È questa l’intera scommessa, ed è più radicale di quanto sembri.

Tashilhunpo Monastery Lhasa23

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