Al Four Seasons Mauritius, l’architettura impara a farsi da parte davanti al paesaggio

by PASCAL IAKOVOU
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Esiste una forma di arroganza architettonica ben nota alle isole a forte vocazione turistica: quella che consiste nell’imporre un vocabolario di stile, importato e riconoscibile, su un paesaggio che non aveva chiesto nulla del genere. Il Four Seasons Resort Mauritius at Anahita ha scelto l’esercizio inverso. Dopo sette mesi di lavori condotti sull’intera proprietà, la ristrutturazione che si conclude non cerca di imporsi, cerca di ritirarsi, fino a lasciare che sia l’isola stessa a riprendere la parola.

Il cantiere è stato ampio: ville, residenze, ristoranti, bar, nonché la spa Oseyan, ciascuno ripensato sotto una stessa esigenza di continuità tra interno ed esterno. Due studi si sono divisi il compito secondo una logica di complementarità anziché di sovrapposizione di stili. 1508 London si è occupato degli interni delle ville, delle residenze e della spa, mentre Elastic Architects ha ripensato gli spazi della ristorazione e i bar. Una divisione del lavoro che avrebbe potuto produrre una collezione di atmosfere disparate; ha invece dato vita a una grammatica comune, quella del dialogo con il sito anziché della rivalità con esso.

Questa scelta merita una riflessione, tanto va controcorrente rispetto a una tendenza ancora dominante nell’ospitalità di lusso insulare, dove l’architettura spettacolare funge da firma commerciale. Ad Anahita la raffinatezza non risiede nel gesto visibile ma nella giustezza del gesto trattenuto: materiali che evocano la texture dell’isola senza caricaturarla, volumi che incorniciano la vista senza competere con essa, luce naturale trattata come un materiale da costruzione a pieno titolo. La bellezza naturale del luogo, anziché essere un argomento commerciale tra gli altri, diventa letteralmente il capitolato del progetto.

Sette mesi sono pochi per ripensare un resort nella sua interezza, ed è proprio questo vincolo di tempo a dare coerenza al risultato: nessuna deriva di stile lungo il percorso, nessun accumulo di scelte contraddittorie. Resta da vedere, nell’uso, se questa discrezione assunta resisterà alla prova delle stagioni e alle aspettative di una clientela abituata agli effetti di manica. La scommessa di Anahita è forse questa: dimostrare che il vero lusso, oggi, consiste nel saper tacere architettonicamente per lasciare che un paesaggio parli più forte di sé.

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